(colloquio con il Dott. Gino Bartolomei-Gioli)
| Pubblicato su: | Il Regno, anno I, fasc. 12, pp. 2-4 | ||
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| Data: | 14 febbraio 1904 |

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I nostri lettori conoscono già le intenzioni dell'On. Bissolati il quale vorrebbe dirigere in Eritrea una parte dell'emigrazione agricola emiliana e fare abolire dal Governo ogni dazio d'entrata sui prodotti della Colonia.
Pubblichiamo intanto questa conversazione col Dott. Gino Bartolommei Gioli e speriamo di averne presto, altre sull'argomento. Ci riserbiamo anche, di presentare altra volta le nostre proposte e le nostre riflessioni.
Un fatto strano e più importante di quello che non appaia a prima vista, è accaduto in questi ultimi giorni in Italia. Dal covo maggiore dell'antiafricanismo italiano è uscito un appello per lo sfruttamento dell'Eritrea, per dirigere in Africa una parte dei nostri emigranti.
L'On. Bissolati, al Congresso dei lavoratori della terra, ha compiuto il gran passo. Dacchè abbiamo una Colonia, egli ha detto, bisogna farla servire. Abbiamo qua dei contadini disoccupati e laggiù delle terre fertili in territorio nostro: sacrifichiamo le nostre frasi e facciamo anche noi della politica coloniale. Presto egli presenterà al Parlamento delle proposte pratiche, concrete e vedremo così dei socialisti riprendere l'impresa dell'On. Franchetti, naufragata in mezzo a tutti gli scherni dei democratici d'ogni colore.
L'On. Bissolati, veramente, non avrà che l'onore dell'iniziativa parlamentare. Innanzi a lui c'erano stati degli uomini i quali non s'eran contentati di calunniare l'Eritrea senza conoscerla neppure attraverso i libri ma erano andati a vedere da sè, coi loro occhi, se veramente essa fosse quella terna desolata e selvaggia che la leggenda raffigura. Tra questi ostinati apostoli di uno sfruttamento agricolo della colonia appare in prima linea il dott. Gino Bartolommei-Gioli, il quale da che si recò in missione in Africa, nel 1901, è divenuto lo specialista più colto e più appassionato della nostra agricoltura coloniale.
Egli è un magnifico esempio di ciò che la gioventù italiana potrebbe fare se fosse incoraggiata più che non si usi. Invece di restarsene in Italia a fare dei pettegolezzi mondani o della bolsa letteratura, egli si è rivolto alla fonte prima della vita, della ricchezza: alla terra. E comprendendo come in Italia, paese di tradizioni troppo antiche, non sia facile compiere grandi trasformazioni agricole egli pensò che là sulle sponde del Mar Rosso era un territorio comprato col nostro sangue e col nostro oro, che i vociatori dei comizi dipingevano come una sterile landa ma che i viaggiatori e gli studiosi assicuravano fertile e ricco. E d'allora in poi egli si è occupato e con libri e con letture e con conversazioni di studiare tuttociò che si riferisce alla colonizzazione dell'Eritrea. Niente gli sfugge, a tutto s'interessa, a tutti chiede e tutti incoraggia 1
1 Vedi í suoi lavori:
— Le altitudini della Colonia Eritrea all'agricoltura (ATTI DELLA R. ACCADEMIA DEI GEORGOFILI, 1902, vol. XXV).
— La colonizzazione agricola dell'Eritrea, Firenze, B. Seeber, 1903.
— L'agricoltura nell' Eritrea (Relazione al R. Commissario civile), Roma, tip. della Camera dei Deputati, 1903.
— La produzione frumentaria in Eritrea (ATTI DELLA R. ACCADEMIA DEI GEORGOFILI, 1901, serie V, vol. I).
— Le altitudini della Colonia Eritrea all'agricoltura (ATTI DELLA R. ACCADEMIA DEI GEORGOFILI, 1902, vol. XXV).
— La colonizzazione agricola dell'Eritrea, Firenze, B. Seeber, 1903.
— L'agricoltura nell' Eritrea (Relazione al R. Commissario civile), Roma, tip. della Camera dei Deputati, 1903.
— La produzione frumentaria in Eritrea (ATTI DELLA R. ACCADEMIA DEI GEORGOFILI, 1901, serie V, vol. I).
E per questo ch'io mi son recato subito da lui per conoscere le sue opinioni su questo tentativo dell'On. Bissolati.
— Quello del Bissolati, mi ha detto subito, è il primo progetto pratico che si sia presentato dopo lo sfortunato tentativo dell'On. Franchetti nel 1891.
Le cose saranno fatte con ponderazione e si manderà laggiù, prima dei coloni, una commissione, presieduta dal Prof. Nino Samoggia di Reggio Emilia, la quale preparerà tutto quello ch'è necessario per una prima emigrazione. Quello che mostra il lato pratico della proposta Bissolati è che mi sembra di capire ch'egli vuol fare una colonizzazione spontanea, cioè non ufficiale. Io ho sempre combattuto, nei miei lavori, le imprese di sfruttamento delle Colonie fatte e dirette dal Governo. Specialmente dove esiste il parlamentarismo l'ingerenza governativa è quasi sempre dannosa, perchè le colonie servono allora a mandare fuori di patria gli elementi peggiori della metropoli, com'è accaduto, ad esempio, in Algeria, la quale è ora florida ma senza il Governo poteva esserlo vent'anni prima.
Il Bissolati sa questo e non chiede al governo che degli aiuti indiretti.
— Ella non sa niente, gli ho chiesto, delle precise intenzioni del deputato socialista?
— Per ora, mi ha risposto, non so che quello che i
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giornali hanno detto. Bissolati mi ha scritto dicendomi che si varrebbe dell'opera mia. Io gli ho risposto che venga pure a trovarmi e che l'aiuterò quanto posso. Egli possiede già le mie relazioni e la sua proposta riguardo all'abolizione dei dazi d'entrata delle merci eritree gli è stata forse suggerita dal mio ultimo lavoro sulla Produzione Frumentaria in Eritrea dove ho proposto nettamente il regime del libero scambio tra Colonia e Metropoli.
— Come mai, ho domandato, il Governo non s'è occupato della questione agraria dell'Eritrea invece di aspettare l'iniziativa dei socialisti?
— Veramente il Governo qualcosa ha fatto. Esiste laggiù una commissione, composta di buoni elementi locali, che ha per scopo di studiare i modi di mettere in valore la Colonia. Fra i problemi che ha studiato c'è stato quello, importantissimo, del sistema di appropriazione delle terre, ma non so cosa sia stato deciso a tale riguardo.
— E non vì sono state altre iniziative private prima di quella del Bissolati?
— C'è stata, dopo quella del Franchetti, quella del Sen. Rossi il quale tentò, per mezzo delle missioni, di stabilire una colonia agricola a Keren. Ma la cosa, non ha avuto grande sviluppo. Ci sono del resto ancora alcuni coloni lasciati dal Franchetti. A Godofelassi c'è il Sig. Alfio Laudani che possiede una bella tenuta e all'Asmara ci sono 30 o 40 proprietari che impiegano più di 2000 operai nei lavori agricoli.
— E quali sono, secondo Lei, le culture più adatte alla nostra colonia?
— Prima di tutto il frumento il quale ha sempre un valore sicuro perché serve di cibo. Di esso si potrà esportare una parte in Italia ma se la popolazione bianca crescerà, com'è sperabile, esso basterà solo al consumo interno e si dedicherà il terreno rimanente ad altre culture più ricche.
— Cosa pensa di quell'atto del Martini, che ha suscitato la questione doganale?
— Non so quale sia il valore costituzionale del provvedimento del Governatore ma credo ch'egli poteva fare quello che ha fatto. Soltanto siccome il contratto era con una sola Società poteva avere un aspetto poco simpatico di monopolio. D'altra parte i privati non dispongono di abbastanza capitali per darsi all'esportazione. È vero però che il sistema dei premi é barbaro e sbagliato. Val molto meglio l'abolizione del dazio. Per il grano il danno annuale del nostro Erario sarebbe di mezzo milione, il quale in capo a qualche tempo sarebbe compensato dalla diminuzione delle spese per la Colonia. Per il cotone il problema sarebbe più complicato perché mentre il dazio d'entrata sul cotone greggio è di 3 lire, c'é poi un rimborso dì 4 lire all'uscita delle cotonate. Ma credo che si potrebbe rimediare abbastanza facilmente.
Intanto in questi giorni a Milano si costituirà una prima società per la cultura del cotone, con un primo capitale di 600,000 lire. Il cotone é una merce cara che pesa poco perciò conviene estenderne la cultura. Ma le difficoltà per trovare i denari sono state grandi. Il Sen. Cantoni, Presidente dell'Associazione dei cotonieri italiani, prese a cuore il progetto fatto da me insieme al Dott. Avelli e ora si cominceranno finalmente i lavori.
— E oltre il cotone?
— Ci sarebbero un'infinità di vegetali da coltivare sull'altipiano con buon profitto: la dura, il taf, il sargum, il granturco e altri cereali. Anche la pastorizia potrebbe essere fonte di maggiore ricchezza. Gli Italiani portarono la peste bovina (gulai) che fece grandi danni ma gli stessi italiani hanno trovato il rimedio e ora il pericolo è scongiurato.
Intanto è stato fondato ad Asmara l'Ufficio agricolo Coloniale di cui è direttore il Dott. Isaia Baldrati, caro, intelligente e coltissimo giovine. Dopo aver studiato agraria a Pisa egli fu aiuto di botanica, poi ebbe un incarico a Piacenza presso l'Associazione dei Consorzi Agrari, e tenne la Cattedra ambulante di agricoltura ad Ascoli. Vinse contemporaneamente il concorso per quella di Ravenna e per l'ufficio all'Asmara ed optò per questo. Egli è un convinto socialista e forse è stato lui a suggerire a Bissolati la possibilità di una fortunata emigrazione agricola.
Insomma la colonia mostra di valere sempre di più. Le condizioni di viabilità sono migliori e la sicurezza è completa. Se noi riusciamo a formare un forte centro agricolo verso la frontiera abissina il turbolento Tigrè, che dà noia al Negus, verrà a noi senza un colpo di fucile.
Il Tigrè sarebbe infatti il confine vulnerabile ma il Negus ha dato il permesso alle nostre truppe di passare il confine quando avvenissero incursioni e la lezione data qualche anno fa dal colonnello Trombi ai predoni non è stata dimenticata.
Intanto la strada a Gondar è stato un gran colpo all'influenza inglese e se sarà fatta la ferrovia progettata che dovrà unire Kassala con Massaua, questa diverrà il primo porto del Mar Rosso.
— E l'affare delle miniere d'oro è serio?
— Certamente. Il minerale c'è e basta che ci siano strade e capitali perché renda.
Da 4 anni esiste già la Società per le miniere d'oro dell'Eritrea, un altro giacimento presso Keren sarà esercitato da un sindacato che si sta costituendo, ed é già in azione quello per le miniere d'oltre Mareb. Basta aspettare e non voler ottenere troppo presto dei vantaggi eccessivi.
Se tutte queste imprese saranno condotte prudentemente e andranno bene il denaro affluirà e si potrà fare a meno del capitale straniero. Le condizioni della Colonia, come le ripeto, sono eccellenti. Il Martini ha fatto laggiù moltissimo e non si ritirerà così presto come dice. Egli à in buoni rapporti col Negus, il quale è un uomo d'ingegno, molto moderno e che ha saputo mantenere l'unione col suo prestigio personale anche passato il pericolo. Forse però il consolidamento dell'Impero Etiopico è legato alla sua persona e la sua morte potrà segnare una nuova divisione nell'Abissinia.
Se sapremo fare avremo una bella posizione nell'Africa orientale. E quanto più si sarebbe potuto avere! Beccari mi narrava che Obok con tutta facilità poteva esser nostro, Ma in Italia c'è stata sempre della prevenzione contro l'Abissinia. Mentre dei socialisti intelligenti, come il Baldrati e il Bissolati, si fanno promotori di un movimento in favore della colonizzazione, vediamo invece dei conservatori che non ne vogliono sapere. Io scrissi, ad esempio, al Romei, console dell'Argentina a Bologna, il quale si occupa di imprese coloniali, dicendogli che avendo a disposizione un territorio
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italiano era conveniente mandare là una parte dei nostri emigrati. Ma egli mi rispose che non aveva molta fiducia nell'Eritrea e che preferiva dirigere la nostra emigrazione in America, dove le condizioni erano per lui più favorevoli.
Ma bisogna confessare che da qualche tempo la colonia è cresciuta nella stima di molti. Già varie imprese sono avviate, e altre se ne preparano e fra qualche anno la colonia costerà ben poco alla madre patria, mentre potrà servire di asilo a molti italiani.
Io non ho tutte le idee del Regno perché in politica sono un radicale, ma son d'accordo pienamente con voi nell'espansionismo. E c'è tanto da fare in questa direzione!
Ed io lasciai il valoroso giovane pensando malinconicamente come ì nostri conservatori si lascino sfuggire tutte le migliori iniziative e si dimostrino inetti ed inerti in tutti i grandi problemi della vita nazionale.
Non sarebbe questo il momento per loro di scuotersi, di agire, di rivaleggiare coi socialisti, che stanno prendendo anche questa bella occasione per dimostrare la loro maggiore vitalità e praticità? Dopo che la borghesia ha voluto le colonie vuol confessare di non saperne che fare?
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